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Parco Sentieristico Terre Alte di Lozzo di Cadore
Storia recente di un secolare passato (versione dic-2010)
Lozzo di Cadore, 2010
F.to 23×21.5 cm – 28 pp.
Consultazione: sfoglia il libro completo
Questo mio contributo ha originariamente fatto parte, insieme a quelli di tanti altri autori, della pubblicazione Dolomites edita dalla Società Filologica Friulana in occasione del suo 86° congresso, svoltosi a Pieve di Cadore il 20 settembre 2009, a 90 anni dalla sua costituzione.
La raccolta di scritti, curata da P. C. Begotti e E. Majoni, da corpo ad un volume del formato di 21 x 23 cm per un totale di 638 pagine.
In questo sito ne ho già dato conto a questo indirizzo per quanto riguarda la versione “estratto” e a quest’altro indirizzo per la versione completa. Qui, molto semplicemente, propongo il medesimo testo senza alcuna variazione ma con un corredo fotografico più ampio, che in occasione della pubblicazione di “Dolomites” non è stato possibile utilizzare. Questo lavoro, così come è strutturato, è pubblicato solamente come e-book in formato PDF.
Tabiàs
Architettura spontanea e paesaggio naturale nel territorio di Lozzo id Cadore
Union Ladina del Cadore de Medo
Cortina d’Ampezzo, 2010
F.to 23×21.5 cm – 156 pp.
Consultazione: in corso di attivazione
Lavoro scritto a 4 mani con l’amico Giovanni De Diana per valorizzare, per quanto possibile, il patrimonio costituito dalla presenza sul territorio del nostro comune di un così elevato numero di Tabiàs.
La trattazione non poteva non prendere in considerazione anche gli aspetti paesaggistici e soprattutto le modalità di utilizzo del territorio che, nel corso del tempo, hanno condizionato le attività rurali nella loro generalità, riflettendosi anche ed inevitabilmente sugli elementi costitutivi del “tabià” .
Anche in questo caso l’opera è stata realizzata con il contributo determinante dell’Union Ladina del Cadore de Medo che ha sostenuto la realizzazione dell’opera attraverso i fondi messi a disposizione dalla Regione Veneto con la legge regionale del 23 dicembre 1994 n.73 “Promozione delle minoranze etniche e linguistiche”.
Dalla presentazione del presidente dell’Union Ladina Francesca Larese Filon:
«I tabiàs non sono solo fabbricati rurali del passato, sono una parte della nostra storia, dell’economia e delle tradizioni che ancora disseminano il nostro territorio. Erano il rifugio dalle intemperie per gliuomini e la conservazione del fieno per gli animali. Erano anche un presidio dell’uomo sull’intero territorio, segno di una presenza e di un controllo antichissimo che hanno reso i nostri antenati preziosi conoscitori di ogni pezzo di bosco, prato o roccia.
I tabiàs si portano dietro ricordi e storie di vita vissuta in ogni angolo delle nostre piccole valli: estati passate a sfalciare prati in zone incredibili, notti a guardare le stelle prima di cadere addormentati sul fieno, inverni a trascinare pericolosamente a valle il fieno stipato su luoide che correvano sulla neve, guidate da mani esperte e coraggiose.
Oggi lo stile di vita della nostra gente è naturalmente cambiato, ma i tabiàs ci sono ancora ad allietare e “riempire” il nostro paesaggio rurale (ma anche ludico), ed a rammentarci la nostra storia e la capacità dell’uomo di cercare di controllare e migliorare l’ambiente nel quale gli è dato vivere. Sono quindi una parte del nostro passato, manufatti realizzati da mani esperte con abilità tramandate di padre in figlio nei secoli. Questo libro è nato per far apprezzare a tutti la loro bellezza, per farne capire i particolari ed i segreti, per accompagnare il lettore in una passeggiata accanto al più diffuso elemento della nostra architettura spontanea».

Uomini e macchine idrauliche nel Cadore d’inizio Novecento
Omin e machine a aga
Cortina d’Ampezzo, 2010
F.to 23×21.5 cm – 180 pp.
Consultazione: sfoglia il libro completo
Trascinato per i capelli dall’entusiasmo dell’amico Roberto Tabacchi, abbiamo dato alle stampe questo nuovo lavoro con l’aiuto dell’Union Ladina del Cadore de Medo che ha sostenuto la realizzazione dell’opera attraverso i fondi messi a disposizione dalla Regione Veneto mediante la legge regionale del 23 dicembre 1994 n.73 “Promozione delle minoranze etniche e linguistiche”.
Due parole dalla presentazione del presidente dell’Union Ladina Francesca Larese Filon:
Il Cadore è attraversato dalla Piave nella quale, a Tre Ponti, confluiscono le acque dell’Ansiei ed a Perarolo quelle del Boite. Esso è poi solcato da innumerevoli valli, laterali alle principali, tutte percorse dalle acque cristalline dei vivaci torrenti. Vicino a queste acque sono spesso sorti i primi nuclei degli antichi villaggi che hanno poi dato vita alle nostre comunità, così come oggi le conosciamo.Acque sovente capricciose che il fervido ingegno della nostra gente ha saputo domare, per ottenere da esse l’energia necessaria a far funzionare una miriade di macchine idrauliche.
Macchine costruite anch’esse dalla fertile creatività dei nostri avi e fatte funzionare dal loro talento: mulini, pilaorzo, folli da panni, segherie “alla veneziana” e da ultimo officine di produzione dell’energia elettrica. Questo libro racconta le vicende degli uomini che, in un non lontanissimo passato, nell’area presa in esame che da Lozzo giunge fino a Venago, intrecciando la propria esistenza a quella delle docili quanto fedeli macchine idrauliche, hanno scritto una pagina indelebile di quella che oggi noi tutti definiamo, con una vena di nostalgia, archeologia industriale del Cadore.

DOLOMITES
a cura di P. C. Begotti e E. Majoni
LXXXVI Congresso della Società Filologica Friulana – Pieve di Cadore 20.IX.2009
Società Filologica Friulana, Udine 2009
F.to 21×23 cm – 638 pp.
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Questo mio contributo compone, insieme a quelli di tanti altri autori, la prestigiosa pubblicazione Dolomites, edita dalla Società Filologica Friulana in occasione del suo 86° congresso, svoltosi a Pieve di Cadore il 20 settembre 2009, a 90 anni dalla sua costituzione.
Il Parco Sentieristico Terre Alte di Lozzo di Cadore.
Storia recente di un secolare passato.
L’imprinting.
Irresponsabili! Con questo appellativo definiremo oggi quelle mamme che, localizzando l’esempio a Lozzo di Cadore, lasciassero salire i propri figli di 10-12 anni, da soli, a Pian dei Buoi partendo in paese. Ma le nostre mamme erano così: “negligenti, superficiali, quasi prive di scrupoli”. Avevo da poco superato gli esami alla fine della quinta classe elementare. L’esito era stato lusinghiero tanto che, come ricompensa, mio padre iniziò a farmi passare qualche ora do n botega (falegnameria). Era certamente più un gioco che un lavoro ma intanto, nell’intendimento educativo paterno, avrei iniziato a familiarizzare con un certo tipo di visione del mondo. Gli accordi erano questi: la mattina era per me, ma verso le due del pomeriggio (ricordando con ciò l’orario d’entrata al doposcuola) avrei dovuto presentarmi n botega per rimanervi fin che no ero stufo. Compresi quasi subito che non avrei potuto stufarmi tanto celermente.
Per noi giovanissimi Pian dei Buoi rappresentava una nuova frontiera, da scoprire e colonizzare, né più né meno del mitico Far West che iniziavamo a conoscere con le prime trasmissioni televisive di Rin Tin Tin (per i più grandicelli c’erano i fumetti di Tex Willer). Certo, avevamo già sperimentato la vita libera e selvaggia sui prati che lambivano le nostre case, lungo i quali scorrazzavamo come puledri; nessun angolo di Ronzìe, Filuói, Revìs ci era ignoto, e i più audaci di noi erano giunti fino a D’Aósto, ma qui si erano fermati. [...]
[leggi il contributo completo di Dolomites. Il parco sentieristico "Terre Alte" di Lozzo di Cadore]

DOLOMITES
a cura di P. C. Begotti e E. Majoni
LXXXVI Congresso della Società Filologica Friulana – Pieve di Cadore 20.IX.2009
Società Filologica Friulana, Udine 2009
F.to 21×23 cm – 638 pp.
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Il contributo, realizzato insieme agli amici Roberto Tabacchi e Remo David, è la sintesi dei vividi ricordi di quest’ultimo riguardanti la vita dei segàt, con particolare riguardo alla storia della propria famiglia. Esso compone, insieme a tanti altri contributi, la prestigiosa pubblicazione Dolomites, edita dalla Società Filologica Friulana in occasione del suo 86° congresso, svoltosi a Pieve di Cadore il 20 settembre 2009, a 90 anni dalla sua costituzione.
Una famiglia di segàt di Davestra (1864-2009)(1)
Premessa
L’origine delle segherie idrauliche cadorine dislocate lungo l’asta del Piave è senz’altro antica e, come asseriva Monsignor Ciani nel suo “Storia del popolo cadorino”, si può ipotizzare che i primi mulini da sega o “segatòi” risalissero circa al nono secolo dopo Cristo. Fu però durante il dominio della Repubblica Veneta che venne ideata e realizzata in Cadore, nel 1600 circa, la prima sega denominata “alla veneziana” destinata a stravolgere le tecniche di segagione dell’epoca e a segnare una lunga fase di efficienza e produttività, durata fino al ventesimo secolo. Verso la metà dell’Ottocento il lavoro nelle segherie sulla Piave era ancora molto fiorente, tant’è che tra Rivalgo e Termine se ne contavano ben 30 (sei a Rivalgo, quattordici nel complesso industriale di Candidopoli, ad Ospitale e dieci, le più vecchie, sulla sponda sinistra del fiume di fronte a Termine).
In quel periodo le seghe “alla veneziana” erano nel pieno del loro sviluppo tecnologico ed erano assurte ad esempio di efficienza e funzionalità anche oltre frontiera. Nel 1858, l’ispettore forestale austriaco Josef Wessley, introducendo un suo studio su queste macchine, così scriveva (Bonetti 2004: 44): “… il genio, cosa che qui si esplica in ogni attività, si rivela anche nella costruzione delle segherie … e faccio riferimento alle valli del Piave dato che questa zona può essere senza dubbio considerata l’accademia europea per il taglio delle assi …”. L’economia dei paesi cadorini faceva quindi capo ad una produzione di legname conosciuta ed apprezzata sia in Italia che all’estero ed il lavoro dei segàt (gli operai adibiti a segare le taie), accompagnato dai colpi ritmici e dallo stridio delle seghe, scandiva il trascorrere del tempo lungo il Canal de la Piave.
A tal proposito, va ricordato che in passato era molto usato l’adagio che recitava: Laris, pez e pin fei le spese al cadorin. Un’epoca che già è storia ma che rivive nei racconti dei meno giovani i quali hanno assaporato direttamente, fino alla prima metà del Novecento, l’atmosfera di un mondo e di una civiltà che hanno reso celebre il Cadore e l’operosità della sua gente. Remo David di Calalzo, il cui cognome tradisce però le chiare origini di Davestra, frazione di Ospitale, raggiunta l’età della quiescenza dopo una vita lavorativa dedicata alla produzione di occhiali, ha riaperto il suo cuore dove, mal celati ed intensi, sono riemersi i ricordi di adolescente nato e cresciuto in una famiglia di segàt. [...]
[leggi l'articolo con il contributo completo: Dolomites. Una famiglia di segàt di Davestra (1864-2009)]
Propongo qui di seguito un estratto del mio contributo alla realizzazione dell’Agenda 2007 del Club Alpino Italiano, a cura del Comitato Scientifico Centrale, dedicata al tema “Alberi: le Colonne del Cielo”.
Il Larice, Albero del Sole.
Nessun essere vivente al mondo riesce ad ascoltarti come sa fare un larice. Quando la vita diventa confusa ed opaca, quando la mente ingrigisce e senti il bisogno di fermarti, per riflettere e “riprendere la giusta via”, la semplice compagnia di questa grande conifera infonde una serenità senza eguali. Un larice non può parlarti, ma ti sospinge verso le verità che covi dentro te stesso e che la tua paura non ti fa trovare, ti aiuta ad alzare la testa, a delineare i contorni dei tuoi dubbi, a diradare la nebbia delle incertezze. E lo fa creando con la sua chioma, attorno a te, un ambiente magico, uno spazio di aria e luce che riempie, con lenti respiri, la tua anima esausta, donandole nuovo vigore. Quando, coricato ai suoi piedi, guardi verso il cielo, i tuoi occhi restano incantati dai continui, ritmici e tuttavia fievoli bagliori di luce che filtrano fra i suoi rami penduli, coronati da mille ciuffetti di foglie.
Così, quando il vento soffia, vedi ondeggiare il grosso ed elastico fusto, mentre i rametti lassù in alto danzano, creando una pioggia di stelle luccicanti che ti cadono dentro, scintille di luce che riverberano nella lanterna del tuo cuore. Quando poi ti alzi e te ne vai sommessamente, appena prima che sfugga alla tua vista, ti volgi verso il suo luminoso ed elegante profilo per un ultimo breve saluto, colmo di gratitudine, perché hai netta la percezione di essere migliore di prima. E’ questo che fa grande il Larice, è questa sua straordinaria capacità di infondere pace interiore e serenità.
Il genere Larix annovera 10 specie di piante arboree con fusto legnoso, che vegetano spontaneamente su areali che corrispondono alle regioni fredde di pianura, di collina e di montagna dell’emisfero boreale. Alle cinque specie di origine asiatica ed alle tre di origine americana si affiancano le due europee: il Larix decidua Mill., conosciuto come Larice europeo o Larice comune ed il Larix russica Endlicher, conosciuto come Larice della Russia. Nella prima specie, il Larice dei nostri boschi, si possono distinguere 8 varietà principali. [...]
[vai all'articolo con il contributo completo: Il Larice, Albero del Sole]

VAL MONTINA
Un’area wilderness intrisa di storia
Cortina d’Ampezzo 2008
F.to 23 x 21.5 cm – 132 pp.
Consultazione: sfoglia il libro completo
Scritto insieme all’amico Roberto Tabacchi, come il libro Sentieri nelle Dolomiti del Centro Cadore, rappresenta un tributo ad un’area di grande pregio naturalistico, poco conosciuta e ancor meno frequentata, ma anche per questo estremamente affascinante.
Dalla recensione di Ernesto Majoni su Ramecrodes: (Ramecrodes: cronache, curiosità, racconti, recensioni, ricordi, segnalazioni e altro che riguarda la Montagna, in primo luogo le Dolomiti Ampezzane, ma non solo quelle!!!)
Il volume di Danilo De Martin e Roberto Tabacchi Val Montina – Un’area wilderness intrisa di storia (Cortina d’Ampezzo, giugno 2008, pp. 132 con fotografie in bianco e nero ed a colori) impreziosito da più di 150 immagini di animali, boschi, fiori, montagne, opere industriali, paesi ed uomini che rendono le pagine molto accattivanti, descrive nel modo più esaurientemente possibile una valle montuosa del Cadore, posta in Comune di Perarolo e nota per l’ambiente aspro, severo e in pratica ancora incontaminato, ma poco nota anche agli stessi cadorini.
Le caratteristiche uniche della Val Montina, tributaria in sinistra orografica del Canal del Piave, che da Macchietto s’incunea per oltre 1000 metri di dislivello fino ai confini con il Friuli, l’hanno promossa qualche anno fa – prima in tutta la catena alpina – ad “area wilderness“ di tutela integrale, evidenziandone l’eccezionale valore ambientale, botanico e faunistico e dei pochi tragitti che ne permettono la visita anche all’escursionista medio. Del lavoro di De Martin e Tabacchi risulta interessante anche la parte storica, che analizza il territorio del Comune di Perarolo, popolato oggi solo da 300 anime, che in passato si fece conoscere per molte cose: ricordiamo l’epopea del Cidolo e della fluitazione del legname, il lavoro sui magri pascoli e nei boschi e la produzione di carbone vegetale per alleviare le misere condizioni di vita del Canal del Piave, la visita della Regina Margherita.
La narrazione si completa con la storia della centrale idroelettrica, costruita allo sbocco della valle negli anni ’50 e sommersa dall’alluvione del 1966, e di Luigi Zampolli, che ne fu il custode e nume tutelare. Portandoci ai nostri giorni, il lavoro dà conto anche di quel capolavoro tecnologico che è il “Ponte Cadore“, dal quale persino l’automobilista più distratto non può non notare lo sbocco della valle, dove l’uomo, in epoche ormai lontane, operò un parziale sfruttamento, ma dove oggi la natura torna prepotentemente in possesso di quanto le appartiene. Con questo lavoro gli autori, già distintisi per altre pubblicazioni fotografiche sul Cadore, esprimono un autentico atto d’amore per un territorio e un’isola ambientale che, nonostante tutto, fino ad oggi sono riusciti a conservare peculiarità che ne fanno un unicum prezioso.
In conclusione, crediamo che siano ancora pochi gli escursionisti che conoscono la Val Montina per averne seguito i non facili sentieri, che convergono al bivacco “Sergio Baroni“, inaugurato il 10.10.1976 dalla Sezione di Venezia della “Giovane Montagna“ al posto della diruta Casera Alta di Bosco Nero, sotto il Duranno. A costoro, che già sanno, e a chi non conosce una valle dolomitica paradigmatica per la tutela ambientale alpina e simbolo della situazione ideale per il mantenimento di uno stato di selvaggità e solitudine a beneficio spirituale degli uomini, e vorrà avvicinarsi ad essa col rispetto che la sua condizione esige, questa nuova pubblicazione avrà senz’altro molto da raccontare. Leggetela!

PANORAMI DAI CADINI DI MISURINA
Il Paesaggio Dolomitico
330 foto commentate per raccontare la “Cattedrale Dolomitica” ed i suoi sentieri. Guida escursionistica
Lozzo di Cadore 2008
F.to 15.5×16.5 cm – 252 pp.
Consultazione: sfoglia il libro completo
Dalla mia presentazione:
Anche se li hai appena sfiorati, quando senti parlare dei Cadini, dei Cadini di Misurina, alla mente si affaccia per prima l’immagine del cielo terso, seghettato dal profilo netto delle loro guglie. In questa immagine che sale dai nostri ricordi, la luce non giunge dal cielo, come dovrebbe, ma brilla dentro le crode. E si leva poi, questa luce, come una bruma mattutina, ed evaporando si disperde in alto raggiungendolo.
Se lasciamo correre questi ricordi, anch’essi avranno un contorno luminoso, e sempre ci condurranno ad alzare lo sguardo, a cercare timorosi l’incontro con l’Entità sovrana che sentiamo pervadere questi luoghi. E’ ciò che succede quando varchiamo la soglia di una cattedrale, solo che qui la navata è immensa.
Strano destino che a questo mondo di luce gli uomini abbiano poi dato un nome, un bellissimo nome, che però trae origine dal piedistallo su cui esso poggia. Le gigantesche navate di questa straordinaria “Cattedrale Dolomitica” infatti, composta da: « … dirupi che dall’arte diresti eretti, e conformati in guisa di torri, e tai che gli edifici umani imitano non sol, ma di gran tratto vincono al paragone … » sono costituite dai Ciadìns, vocabolo ladino che figurativamente descrive una conca, il cui significato qui si applica agli ampi circhi e valloni montani, aperti da un lato, e cinti dagli altri dalle svettanti pareti dolomitiche. La citazione è tratta dalla Guida Berti (A. Berti 1973, Le Dolomiti Orientali, vol.I parte-2a , ed. CAI-TCI, Milano), bibbia da cui ho peraltro attinto tutta la toponomastica riferita alle cime.
Vi sono mille modi per descrivere questo gruppo montuoso, questo libro ne è un esempio, ma se si deve cercare di darne l’essenza in due righe, non resta che citare ancora A. Berti: « E’ una prodigiosa selva lapidea di aguzzi pinnacoli, di svelti campanili e di torri, di lame affilate, di guglie lisce e ardite, di creste seghettate, che si scagliano al cielo come frecce. » I Cadini di Misurina offrono una sintesi inimitabile di valori escursionistici: puoi osservarne le gemme dolomitiche passeggiando comodamente ai loro piedi, ma se solo ti addentri nel cuore del gruppo ti devi confrontare con un ambiente selvaggio, che ti porta a sfiorare il cuore di pietra di questa cattedrale che, anche in giornate piovose, chissà come, ti lascia sempre intravedere un pezzo di cielo azzurro.
Lozzo di Cadore, 16 luglio 2008

PANORAMI DALL’ALTOPIANO DI PIAN DEI BUOI
Il Paesaggio Dolomitico
200 foto f.to 14.5 x 11 cm
Lozzo di Cadore 2007
F.to 15.5×16.5 cm – 228 pp.
Consultazione: sfoglia il libro completo
Dalla mia presentazione:
Il noto paleontologo S. J. Gould, ebbe a dire che «Nessun uomo salverà mai ciò che non ama». E niente si può amare veramente se non ci si sforza di conoscerlo a fondo. L’ambiente montano in generale e quello dolomitico in particolare, sono molto più dinamici di quanto l’alternarsi delle stagioni che li caratterizzano non faccia già, di per sé, supporre. Questa dinamicità si esprime a livello di ecosistemi, con modalità a noi difficilmente percepibili, ma si manifesta anche nella mutevolezza del paesaggio dolomitico, con cam- biamenti di più facile ed immediata lettura. Mutevolezza che il corso delle stagioni tende ad esaltare, ma che anche il solo semplice cammino del sole nel corso della giornata può rendere caleidoscopico.
[...] Il paesaggio infine: è il disegno, la manifestazione crostale, di un insieme di caratteri determinato dalla composizione e conformazione del suolo, sul quale trovano ospitalità specie diverse di piante ed animali che vivono in reciproca relazione; ma in questo libro ho cercato in particolare di esaltare la forza evocativa del paesaggio, la sua componente affettiva, perché la nostra comunità ha il grande bisogno di ritrovare la sua identità perduta. La montagna, e con essa la gente che la abita, sono da sempre ai margini dei più generali interessi di questo Stato. Uno Stato infame, poco più di un letamaio, che con i propri miasmi sta soffocando la nostra già sbiadita dignità.
Non sarà l’Unesco, né saranno le solite promesse dell’ultima ora dei soliti politicuccoli a salvare la montagna. Senza una vera autonomia, politica e gestionale, tutta la Montagna e la gente che la abita e la fa vivere, ma devo qui pensare a quella bellunese in generale, e a noi cadorini con le nostre Dolomiti in particolare, siamo destinati ad una lenta ed inesorabile agonia. C’è un solo modo per riconquistare la nostra dignità e garantirci un futuro degno di essere vissuto: tornare ad essere “padroni” del proprio territorio, come lo siamo stati per secoli, con l’imperativo di esserne anche i custodi più strenui. Strada lunga da percorrere e, come recita un vecchio adagio, più lunga è la strada più piccoli devono essere i passi. Questo mio contributo vorrebbe, con tutto il cuore, rappresentare uno di quei piccoli passi mossi verso una nuova coscienza di sé e del territorio che ci ospita, avendo ben chiare in mente le parole scritte in apertura: «Nessun uomo salverà mai ciò che non ama». Lozzo di Cadore, 9 settembre 2007.
Alla sezione fotografica, corredata da didascalie con la descrizione puntuale degli oronimi, seguono alcune pagine con la descrizione dei sentieri che interessano l’altopiano. Essendo quest’ultimo un balcone panoramico di grande apertura, le riprese interessano i seguenti gruppi montuosi: Antelao, Marmarole, Cristallo, Dolomiti di Auronzo, Comelico e Creste di Confine, Tudaio e Brentoni, Tiarfin e Bivera, Miaron, Cridola e Montanel, Spalti di Toro, Cima dei Preti e Duranno, Sassolungo di Cibiana.
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